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DAI CAMPI SPORTIVI AI CAMPI DI CONCENTRAMENTO: “Storie di atleti ebrei nel giorno della memoria”

Gli orrori di ciò che avvenne quasi settant’anni fa nella Germania nazista e in altri paesi europei sotto il dominio dei totalitarismi, è stato narrato e abusato praticamente ovunque, dai libri ai capolavori del cinema; ogni 27 Gennaio, giorno in cui i cancelli dei lager furono abbattuti, gli abusi commessi sulla popolazione israelita vengono riprodotti davanti ai nostri occhi proprio al fine di non dimenticare quanto accaduto; ma raramente si è parlato degli atleti e degli sportivi che persero la vita nei campi dell’orrore.

Una delle storie più commoventi a proposito è quella di Salamo Arouch, un pugile ebreo considerato tra i più forti al mondo. La sua carriera fu breve ma brillante, finché venne deportato in un campo di concentramento polacco a soli vent’anni; da quel momento in poi per lui fu l’inferno: venne subito notato dalle SS e fatto combattere sul ring contro altri prigionieri, in macabri tornei di boxe, in cui il perdente sarebbe stato ucciso. La sua storia è una delle più belle, perché, nonostante i terribili orrori cui dovette assistere, tra cui la morte di molti uomini causata dalla sua mano innocente, riuscì ad arrivare alla fine della guerra, e venne liberato.

 Un destino sicuramente peggiore ebbe Jósef Noji, uno dei migliori atleti polacchi degli anni Trenta, che partecipò ai Giochi Olimpici del 1936 ed agli Europei del 1938; negli anni Trenta fu un campione per il suo paese; considerato un idolo dai suoi concittadini, un esempio per tanti giovani che volevano intraprendere questa disciplina; si trasformò ben presto in un elemento scomodo, perseguitato per il suo essere ebreo; venne deportato a Varsavia tra l’indifferenza e il silenzio di quanti avevano urlato per le sue vittorie soltanto qualche mese prima. Fece parte della resistenza, ma venne arrestato e trasportato ad Auschwitz, dove fu assassinato nel 1943.

Questi sono solamente due esempi dei milioni di persone che persero la vita miseramente in un campo di sterminio; famiglie, uomini, donne bambini e anche atleti uccisi perché considerati diversi agli occhi della follia umana; persone come noi, con l’unica colpa di credere in un Dio chiamato Yahweh (Iavè).

Il loro ricordo deve rimanere impresso nella nostra memoria attraverso gli anni; gli orrori e i soprusi commessi nei “campi della morte”, non devono e non possono mai essere dimenticati; e lo sport è l’occasione migliore per ricordare quanto successo in quegli anni, poiché da sempre è simbolo di abbattimento delle barriere e delle discriminazioni.

Vittoria Dattola

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